Questione d’etichetta

Sono diverso
Non sono come gli altri
Due esempi di affermazioni che non mi vanno a genio. La pretesa di essere differente è sostanzialmente pretesa di essere migliore.

La cosa nella sua accezione più generica non è negativa. Emergere dalla massa per capacità, impegno o per le cosiddette qualità innate è di per sè un pregio. Lavorare duramente al fine di risultare il meglio e scavalcare la media merita tutto il mio rispetto. Ma non è su questo che volevo arringare.

Mal sopporto le categorie. L’autodichiararsi nerd, emo, punk, dark e così via continuando, sembra dimostrare una forte suscettibilità, una plasticità caratteriale che va oltre il normale istinto di emulazione. I punti di riferimento familiari, le personalità forti, le letture, la televisione sono tutti esempi di fonti che ci influenzano con efficacia variabile; la summa di queste influenze, con altre che ho dimenticato o escluso per non dilungarmi, plasmano la nostra personalità. Il preoccupante è quando una sola di queste fonti prende il sopravvento o nel caso in cui, nonostante la molteplicità di sorgenti di diffusione, non si riesce che a ricevere un unico canale monotematico. Tendere quindi ad un uniformarsi nel nostro modo di essere, avere, apparire al di là della gessatura dei costumi abituali.
Nel complesso mi da come un senso di tribalità.

La libertà di espressione e di impressione di tutto quanto ci vaga per la testa o orbita attorno non l’ho mai messa in dubbio. Il dilemma si apre nella ricerca di classificare ciò che siamo; uno sterile e forzato tentativo di circoscrivere il nostro perpetuo divenire. Che senso ha legare la specifica soggettività ad istituzioni che pur non rispondenti all’insieme globale di tradizioni hanno ugualmente una lista di norme condivise? Al fine di non incappare in contravvenzioni ideologiche sarei costretto a restringere il mio campo d’azione, dovrei bollare come anonime o negative troppe cose e quindi fare a meno di una gran quantità di esperienze che seppure non mi dessero vantaggi riuscirebbero comunque a farmi crescere.

Riconoscersi in un’etichetta al fine di svilire la massa imperante, dichiararsi diversi da canoni generalistici per rispettare stilemi ancora più stringenti.
E’ paradossale.

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21 risposte a “Questione d’etichetta

  1. Conordo in pieno; scegliere di andare contro – la massa – è pur sempre una scelta di conformarsi. C\’è un che di angosciosamente kierkgaardiano in questa scelta. Tu chiedi, immagino non retoricamente "che senso ha legare la specifica soggettività ad istituzioni"; ebbene io credo che dia sicurezza. Scegliere un aspetto come influenza dominante fra tutti quelli che influenzano la nostra vita ci da l\’illusione del controllo, l\’arroganza di poter dire "io sono così". Anche io, nel mio piccolo, ho sempre detestato coloro che si autoattribuiscono etichette: romantico, decadente, poeta, dolce, simpatico, solare; le etichette ce le assegnano gli altri e sono spesso più veritiere delle nostre. "Impressionisti" "fauves" e "macchiaioli", tanto per citare esempi famosi, nascono come termini spregiativi coniati non dagli artisti, ma da chi li osservava e criticava.

  2. La natura umana è conservatrice; la natura – compresa l\’umana – no.
    Tipizzarsi è umanamente idiota.

  3. mi trovi d\’accordo, ma son sempre le solite cose…
    la ricerca di essere diversi nasce dopo, non è ciò che spinge una persona a divenire parte di un branco…si vive cercando una identità comune per non essere soli, trovata ciò si cerca se stessi, ma oramai amalgamati ad altro non si è più in grado di riconoscersi…
     
    prova a togliere ad un uomo il suo branco rigettandolo nel mondo, solo e senza una razza.

  4. Sia chiaro che non avevo alcuna voglia di fare processi, non me lo posso permettere.Mi premeva solo presentare la contraddittorietà tra il separarsi da qualcosa per unirsi a qualcos\’altro. Non mi sembra un motivo di diversità conclamabile.La tipizzazione sarà pure idiota, ma è estremamente comune e affligge chiunque seppure con intensità differenti.Lanciare un lupo privo del suo branco nella steppa lo ucciderà probabilmente prima dei suoi simili. In quel periodo tuttavia non avrà da dimostrare quanto è bravo a cacciare.

  5. Partirei dalla tua prima affermazione:
    "La pretesa di essere differente è sostanzialmente pretesa di essere migliore"
    altrettanto vero e forse devastante potrebbe essere il contrario, ovvero la sensazione di sentirsi peggiore degli altri, come diresti tu, sotto la media, ha lo stesso potere: porta alla ricerca di un\’affiliazione che ci permetta di sentirci in un certo modo più simili agli altri.
    abbiamo gia avuto modo di dissertare in altre sedi sul concetto di individualità e massa. sai come la penso.
    in fondo sia nella informe e indiscriminata massa popolare, quanto nel gruppo, nell\’etichetta, nel partito l\’individuo perde faccia nome storia. non a caso i nerd sono tutti uguali: sono nerd. gli emo sono tutti uguali: sono emo.

  6. Non è l\’eventuale diversità a porre il problema, è la sua dichiarazione.Quella media fittizia di cui ho parlato è solo un termine di paragone. Lo starne al di sopra o al di sotto è puro formalismo, in quanto la nostra individualità è imprescindibile come lo è la nostra appartenenza alla massa. Siamo molto più simili agli altri di quanto vogliamo credere.

  7. Per rifiutare tutto questo non ci resta che la follia o l\’evasione, col consenso del buon Pirandello.
     

  8. Beh, io penso che siamo nati tutti etichettati…Però alla cassa del supermercato, succede che quando la commessa passa il prodotto non senti il bip. E lei riprova un\’altra volta, finchè si arrende e batte a mano il codice. Tutti abbiamo la nostra etichetta, ma spesso non viene letta…Sta alle persone "digitare il codice" per "identificarci". Io per esempio, non appartengo a nessun genere, eppure la mia etichetta ce l\’ho: Flavia! Siamo tutti diversi, ognuno a modo suo…Anche quelli che si identificano con il nome di un "gruppo"! Con l\’unica differenza che chi sta in un "gruppo" tende a mettere le stesse etichette…Chi è fuori mette le sue. Anonime, negative…Non per forza positive! L\’importante è che ti facciano un effetto.
    Scusa l\’intrusione…Ma una zingara del web come me, lascia ovunque la presenza del suo passaggio 😉
    Flavia!

  9. C\’è chi pretende di ostentare chi è, cos\’è, a cosa appartiene o a cosa non appartiene. Sappiamo cosa non siamo, cosa non vogliamo essere. Ma non sappiamo chi siamo. Troppo tempo sprecato a definirci per guardarci allo specchio.

  10. …non posso escludermi dalla massa da me descritta, ma non voglio escludermi da coloro che cercano di capirlo…. a volte autoetichettandosi anche solo per capire di non c\’entrarci un bel nulla.

  11. marcare le differenze e nello stesso tempo appiattirsi in una categoria,
    una contraddizione che non sopporto,
    io sono stato sempre un sostenitore dell\’unicità delle persone,
    e mi son sempre rifiutato di essere classificato in un modo o in un altro, in qualsiasi settore, dal carattere alla politica.

  12. Grazie per il commento…
    Penso abbia frainteso le mie parole, mi riferivo al Dolore per il discorso preciso.
    E\’ chiaro che siamo mossi da altri fattori e non solo quello, ma io esprimevo il disagio in un contesto preciso legato  alla frase di Blake.. Ciau.

  13. però credo sia comune, nonostante tutto, che una persona voglia essere o almeno sentirsi diversa dagli altri (che per certi versi diventa "migliore degli altri"). il punto è quegli altri: siamo sempre noi, gli altri non siamo che noi…

  14. Il punto è che la diversità ce l\’abbiamo in dote dalla nascita, come abbiamo in dote l\’appartenenza ad un gruppo.Quello che mi premeva esprimere è il paradosso del riconoscersi diverso riconoscendosi in un gruppo e le limitazioni che l\’esprimersi parte di un gruppo ti porta a subire.

  15. Beh, ognuno ha il diritto di sentirsi diverso, per autocompiacersi. Anche se la cosa è molto patetica. Facciamogli credere quello che vogliono no?

  16. Potremmo parlare di "omologazione del diverso", secondo me.
    Anche se, ti dovessi dire, a me "sono diverso"/"non sono come gli altri" sa tanto di frasetta di circostanza da dire a una ragazza che ti vorresti portare a letto…

  17. credo che tale comportamento/atteggiamento sorga anche da un innato bisogno di "appartenenza", collegato alla pietrificazione di fronte alla parola "incomunicabilità".Siamo troppo deboli, incapaci di affermare la nostra diversità personale. L\’unica speranza rimasta è quella di prendere in prestito la "diversità" degli altri (siano essi persone singole o stereotipi).Personalmente preferisco considerarmi il frutto di molte influenze, combinate in un mix che è per forza originale…(la base, comunque, è il rhum)

  18. bene. sono una cattiva lettrice di blog.
    leggo male e alla rinfusa, non rispetto la cronologia, per cui ho scritto un commento delirante sopra ed ora ho letto qua.
     
    concordo tuttavia sul nauseante riconoscimento di una certa tribalità della peggior specie nell\’affibiarsi etichette e quant altro, per definirsi, a volte serve per costruirsi a tavolino, niente alibi e giutificazioni dunque.
    tuttav ia la sopravvivenza è dura.
    ed a volte, ultimamente il + delle volte, questa ridondanza e ripetizione costante nel sentir frasi altisonanti ate a fr proclama di sè lontani dalle appartenenze perchè mon dieu!!! giammai!!! mi fanno sinceramente + pena di 4 darkettoni che si imbellettano a tema prima di una serata. c\’è ostentazione anche a non sentirsi contagiati da niente. immuni da tutto, ma immuni da cheee? bah.
     
    la cricca di darkettoni di cui spesso mi circondo mi da meno fastidio dal sentire discorsi di odio alle etichette, verso le quali è inevitabile ritrovarcisi, perchè è naturale è fondamentale riconoscersi, è questione di tatto ed olfatto.
    che si preghi tutti i santi di poter rinsavire in tempo prima di diventare pazzi fanatisti e diventare caricature, ma certo che sii.
    boh a me l\’idea che la verità sta nel mezzo mi ha sempre fatto avvelenare il sangue. mi sembra il rifugio comodo e perverso dei falsi. di quelli che "io sono una persona diretta". ma tant\’è…
    poi sentirsi tutti diversi è anche esser alla fine tutti uguali.

  19. Io non mi spiego, dev\’essere questo il problema. Molto più probabilmente non capisco, amen.Se ho dato la sensazione di disprezzare, odiare, portare rancore per date etichette mi dispiace. Ho voluto esprimere quanto l\’etichettarsi possa a mio parere chiudere alcune strade.La verità è qualcosa di un pò troppo inconsistente per stare nel mezzo, da un capo o dall\’altro.

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