Fenomeni da baraccone

Con grande facilità inquadriamo in determinati elementi distintivi le persone con cui abbiamo a che fare. Troppo spesso ci permettiamo di farlo anche con chi conosciamo molto poco.

Il fatto è che non riusciamo più a farle uscire dalla gabbia caratteriale e comportamentale in cui le abbiamo rinchiuse. Diveniamo indebitamente avvezzi alla figura che con maniacale attenzione ci siamo impegnati a cucir loro addosso e pretendiamo di conoscerne ogni particolare, soprattutto quegli aspetti più prossimi alla loro interiorità e che quindi con grande difficoltà o comunque solo in rarissime occasioni dovrebbero venire alla luce. Come se noi sapessimo cosa davvero pensano, pur senza aver mai sviluppato capacità di lettura dell’altrui pensiero.
Da loro sappiamo di avere solo ben determinate risposte e già noti atteggiamenti, riusciremo a capirli anche senza il bisogno che dicano o facciano qualcosa, ne indoviniamo le scelte già prima che si siano pronunciati. Sono ridicolmente semplici.
Il nostro bisogno di incontrarli, di parlar loro è a volte frutto della necessità di sentirci dire date cose, di vederli impersonare il ruolo che abbiamo loro assegnato.
Ne cerchiamo la compagnia perchè fanno ridere, fanno piangere, sanno ascoltare, perchè sappiamo che non possiamo che aspettarci quel dato cenno, quella strana parola. Ce lo devono.
Avanziamo banalmente la richiesta di assistere ad un’opera da noi scritta, di cui siamo registi, interpreti e auditorio, e dalla quale ci aspettiamo il meglio: il prevedibile.

Eppure quella varietà che contraddistingue le possibili condotte umane riesce sempre a spiazzarci; sorprende, a volte, delude, altre. Ci limitiamo a considerarli errori, non nostri ovviamente.

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20 risposte a “Fenomeni da baraccone

  1. E io riattacco.
     
    Prima lettera a Timoteo, Capitolo Cinque, Versetto Quindici:
    "Infatti già alcune si sono sviate per andare dietro Satana."
     
    Mi sento usato e indegno, sporco e (non tanto) umiliato. Sporco e imbroglione e imbrogliato e buttato via.

  2. Mi piace molto questo post, ti do ragione: stereotipiamo gli amici perchè abbiamo bisogno che siano prevedibili. Ci dà sicurezza, ma così facendo neghiamo loro il diritto di cambiare o, peggio, neanche ce ne accorgiamo che stanno cambiando.Nello stesso tempo neghiamo a noi stessi la possibilità di stupirci e di avere amici reali (nel senso che non siano frutto delle nostre proiezioni mentali)

  3. Io annuisco. Il ventaglio di possibili condotte che ammettiamo è sempre legato al nostro vissuto o al senso di approvazione che ricerchiamo. Giudicando misuriamo noi stessi.

  4. Eppure quella varietà che contraddistingue le possibili condotte umane riesce sempre a spiazzarci; sorprende, a volte, delude, altre. Ci limitiamo a considerarli errori, non nostri ovviamente.
    Già… Evito commenti a cald, stavolta. :p
    Quello che dici è vero in parte, a mio parere. Ci sono dinamiche del genere in cui uno è consapevole e "calcolatore" in un certo senso, e gia sa quello a cui va incontro quando sceglie una persona.
    Ci sono poi altri casi, per nulla rari, in cui uno è preso dalla novità e cerca di non mettere in etichette le persone che incontra, anche se spesso il bisogno diperato di ricevere una specifica reazione o parola fa in modo che noi ci andiamo a cercare certi tipi di persone. E\’ vero, fondamentalmente è egoista come cosa. Però in fondo ogni persona ha bisogno (sano) di avere accanto persone da lei scelte, che in un senso o nell\’altro, abbiano delle caratteristiche, e inevitabilmente poi ci si aspettano determinate cose, non a  livelli di aspettativa che gli altri devono rispettare (anche se indirettamente è cosi spesso). La variabile interessante, se uno permette ai suoi occhi di andare sempre oltre, cme diceva checco, è che uno si disponga a vedere sempre l\’altro, a lasciare uno spazio sempre aperto a cambiamento (inevitabile, a volte nostro malgrado), quindi allo stupore.

  5. Non è questione di abusi o svilimenti, è una questione di comportamento, di rellazionarsi agli altri. Può darsi che sia anche un fatto di stereotipi, e del bisogno che abbiamo di farcene.Il mondo è uno come lo mette in testa agli altri, potrebbe darsi, o è come le maschere che mette agli altri… belle immagini. La misura che diamo a noi dev\’essere proporzionata a quella degli altri, proprio perchè siamo noi a dargliela.Sarà che sono un pò estremizzante in quello che dico e come lo dico. Nel discorso che ho fatto non ho voluto dare nessun aspetto di negatività, è solo una mia impressione sullo stato delle cose.

  6. Ci hai sempre girato attorno, a Pirandello.
    E come lui sei misantropo. Ora dimmi che i miei commenti sono prevedibili.

  7. Per me è positiva come cosa: voglio dire, noi ci mettiamo al centro del mondo, al centro del reale. Sanissimo egocentrismo.
    NOI SIAMO IL NOSTRO PUNTO DI VISTA. Il reale è troppo multiforme e sfaccettato, dobbiamo rinchiuderlo in una forma, o in una parola (il linguaggio è anch\’esso una forma di etichetta)…e poi quando il reale, come un liquido contenuto in un bicchiere della forma da noi scelta, trabocca..puff siamo lì spiazzati e stupiti..uno schizzo d\’acqua che scivola lungo il tavolo di una cucina.

  8. cercare/desiderare la prevedibilità in chi ci circonda è del tutto fisiologico.
    è proprio la costruzione pregiudiziale dell\’altro, costruita nella nostra mente, ad avercelo reso amico e nel momento in cui tale "copione" non è fedelmente rispettato ci sentiamo traditi nelle nostre attese, a disagio nelle relazioni, frustrati nelle incomprensioni. è il normale fluire di ogni rapporto umano…destinato col tempo a reggersi su una labile abitudine o a risolvere in una inevitabile crisi.

  9. Io misantropo? Non lo so, non credo o magari non lo capisco. Se lo fossi non terrei questo blog, mi limiterei ad avervi in antipatia (nel migliore dei casi).La realtà ha da sè una grande mescolanza di aspetti e aspettative, il fatto che i punti di vista siano tanti quanti siamo su questo mondo ne è una quantificazione.L\’abitudine in quanto base di una relazione. E\’ sconsolante. La crisi è necessaria, da la possibilità di rinnovamento e apre la mente all\’abitudinario, almeno sino a che non si riabitui.E il restante 10?

  10. Si potrebbe anche dire che quelle maschere in un certo senso "sono" quelle persone. Quell\’aspetto non esaurisce l\’intero "io" dell\’altro pur essendone una rappresentazione veritiera – ma parziale.
    Verò è, come ha detto Josef, che spesso siamo noi stessi a rappresentarci gli altri come vogliamo che siano (volontà e rappresentazione…); la rabbia contro "l\’ipocrisia" dell\’altro nasce proprio quando scopriamo che quel bel vestitino rassicurante che gli abbiamo cucito addosso gli sta tremendamente stretto. E giù di frustrazione.
     
    Molte volte accade che quella persona ci deluda, poche volte siamo così onesti da ammettere che fosse meglio di quanto apparisse.
     
    Nell\’amore, poi, questo discorso va elevato all\’ennesima potenza…

  11. Le maschere sono quelle persone. E con questo non voglio sminuire la categoria… semplicemente noi siamo quello che ci dicono di essere, molto/troppo spesso, così come le persone che ci sono attorno finisco con l\’essere quello che diciamo loro di apparire.

  12. è vero , insceno una commedia pirandelliana che ha come soggetti le persone che mi circondano, io sono produttrice, sceneggiatrice e regista…ma poi rimango attonita dal fatto che le Maschere non sono mai uguali..e a volte neanche lontanamente al loro contenuto e cosi\’…delusione

  13. Questo post l\’ho apprezzato a discapito della monotonia di cui ti parlavo ieri.Bravo.
     
    Elisabeth Bathory

  14. non mi permetterei di dirtelo seriamente, se non ci credessi: DOVRESTI!ha veramente un grande talento. potresti iniziare con "il paradiso degli orchi", che dà il via alla saga dei "Malaussène"… mi saprai dire…

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