Discordanze sensoriali

La gente è strana, non è come me.Ha uno strano odore. Non che io annusi l’aria come fossi un segugio nè mi piego verso il personaggio più vicino fiutandone le tonalità olfattive, semplicemente è del tutto inutile opporsi agli effluvi più o meno gradevoli che le persone emanano.
Quello che mi spaventa è la cura del profumo. Le combinazioni delle varie essenze di fiori, frutta e solo Dio sa cos’altro sono finalizzate non solo a rendere poco molesta la presenza in pubblico ma addirittura ad avvicinare e circuire possibili prede (non intese all’appagamento della fame, o forse si).

Relativamente al tatto non ci sarebbe alcunchè da dire. Ciò che è ruvido, soffice o caldo rimane tale per chiunque. Ma anche no. I sentimenti che mi legano alla superficie a cui accosto l’epidermide la modificano irrimediabilmente. Ciò che è gelido emana il più dolce dei tepori, le pelli più spesse e dure divengono impalpabili fra le mie dita solo perchè ad esse sono legato in un dato modo, perchè per loro provo qualcosa.
Un discorso molto simile si può fare per il gusto, ma voglio evitare di diventare ancora più fastidioso.

Non vede ciò che vedo io. Si crea un abisso tra le possibili interpretazioni che la vista di un evento o di un oggetto/soggetto fa nascere. Quasi sempre il bianco per me è una tonalità di grigio (il fatto che non sia nero è una cosa che dovrei spiegare ma non mi pare questo il caso). La bellezza di una forma è aggettivabile in numerosi modi e si ricorre alla soggettività dell’intenderla ogni qual volta c’è un disaccordo, un modo forse troppo banale per sbrogliare una matassa. La vista è oggettiva, la parafrasi dell’osservato è collettiva (dove per collettiva intendo una quantità non sufficientemente grande da essere sinonimo di oggettiva).

E’ forse quello che sento che può divergere in maniera più netta e radicale rispetto all’altrui ascoltato. In questo caso entra in gioco il linguaggio e l’abitudine che si ha ad affrontarlo, si ha a che fare con le proprie capacità cognitive e con la propensione a dare un significato piuttosto che un altro alle parole.
Vengono fuori le esperienze passate, le interpretazioni che ne abbiamo dato e che soprattutto ci hanno dato. Compaiono forme ideologiche insite in ognuno di noi, la nostra base culturale, gli interessi e la religione. Sembra drammaticamente complicato, è solo poco meno che evidente.
Ascolto per andare oltre quello che sento, immaginando che quelle parole sono frutto di molto altro che istantaneamente non viene detto ma che ha un suo perchè la cui complessità o semplicità è spesso direttamente proporzionale all’età dell’oratore.

Ho scritto diverse righe tentando di uscire da una canonicità che non avverto mia per rientrare in una categora paralizzata e cieca.
Ipocrita.

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20 risposte a “Discordanze sensoriali

  1. Nel non detto si cela spesso la proiezione (a volte inconscia) di colui che ascolta quel silenzio…malizia, indifferenza, rabbia nel non dire sono più un rammendo ad uno strappo nella comunicazione, che una vera e propria finestra sui reali pensieri dell\’altro. Chi subisce il silenzio è portato ad immaginare terrificanti strategie dialettiche celate dal tattico interlocutore…quando magari si tratta semplicemente di un modo per riprendere fiato e riorganizzare le idee esposte.
     
    Ad un livello più elevato di astrazione, ci risulta davvero difficile (impossibile?) distinguere il reale da quella che è la nostra proiezione su di esso; per vincere questa difficoltà e tentare di unificare sotto un simbolo la nostra intera esperienza di conoscenza, ci rifugiamo in una comoda e banale oggettività, senza mai curarci di cosa essa sia davvero…o ancora peggio in una "collettività" – da ricollegare con il discorso dell\’altro post circa le correnti e la loro pressione identitaria sul singolo – come giustamente affermi.
     
    Forse un atteggiamento verso il mondo più probabilistico, meno geometrico e sillogistico, orientato ad una costruzione della collettività più che della oggettività (mi piace molto questa distinzione), ridurrebbe i traumi da scoperta allenando la mente e la conoscenza al cambiamento.
    Tuttavia la suggestione di unificare il mondo sotto un\’unica teoria (gnoseologica, cosmogonica, religiosa, politica, non fa differenza) è davvero difficile da vincere…oltre che per una – presumibile – necessità intellettuale di semplificazione, soprattutto per la sua capacità di prevedere – e quindi CONTROLLARE – la nostra reazione nel mondo.

  2. Mi sorprende come in questa discussione stiate cercando di codificare quello che voi stessi non vorreste codificare. Non discuto sul fatto che sia tu che Pico abbiate scritto bene o che il discorso non fili. Mi domado perchè parlarne evitando quello che alcuni chiamano il sesto senso e che tra le righe citate. Perchè la vostra non è certezza, solo (come dice pico) suggestione.

  3. Premessa: mi fate paura.Pico, il tentativo di controllo del mondo seguendo uno schema mentale più o meno rigido è di sicura proprietà di una vasta scala di persone. Riuscire nel controllo è sicuramente molto più arduo. La generalizzazione, l\’oggettivazione non è un nostro tentativo di vivere meglio, è piuttosto un imposizione societaria. L\’approccio probabilistico è interessante, aggiungendogli un pò di concretezza tanto per prendere le cose per quello che sono.La suggestione di parlare di qualcosa di concreto che in realtà è "fortemente" astratto, Nicola, è molto forte, è attraente. Probabilmente sta tutto nel prendere spunto da un\’idea e metterla scritta solo per il gusto di farlo, per vedere se ha senso.Squarci, il mio incipit è, diciamo così, una scusa. Vedere le persone con i nostri occhi e definirli con l\’esperienza che abbiamo ce li farà risultare praticamente sempre strani.P.s.Avrei dovuto banalizzare un pò di più.

  4. oggi un mio collaboratore mi ha detto "bello questo viola" e per me era un blu,
    ho pensato che i colori che vediamo, per quanto generalizzati, siano visioni del tutto personali,
    forse anche le voci e i suoni che ascoltiamo, gli odori che sentiamo,
    ed è ancora più forte questa sensazione che tutto venga filtrato dalla nostra memoria,
     
    ma è quasi ferragosto!

  5. Io non penso sia un\’imposizione societaria, credo sia un bisogno "innato"; dai concetti di bene e male dell\’infanzia fino alla fisica, ogni nostro passo è caratterizzato da un processo di astrazione-sintetizzazione. Forse mi sbaglio, ma ho l\’impressione che ci serva – in un certo senso – per prevedere un comportamento futuro. Inoltre ha un indubbio valore estetico (ed in questo senso Josef, forse è un\’imposizione socio-culturale) un logos superiore che si declina poi in tante realtà diverse. Basti vedere, ad esempio, la profonda diversità dell\’apparato politico-giuridico dei pragmatici paesi anglosassoni rispetto ai nostri geometrici (greci?) centri di potere differenziati.
     
    Per concludere, la battuta di Squarci è illuminante: chi può dire di non avere avuto quella sensazione, di identificarsi in quel Massimo Comun Denominatore che chiamiamo oggettività? Nessuno. Ed è difficile dire che esista una cosa "per tutti" quando di questi tutti nessuno vi si riconosce. Fregature del ragionare in termini macroeconomici.
     
    Quanto a Nicola, sottoscrivo Josef e ci aggiungo che dire queste cose, per me, è come recitare un mantra…una sorta di preghiera laica contro i cedimenti assolutistici della mia natura. Chissà se sociale o innata.

  6. Pensavo fosse la gente ad avere paura.
    Sono così spaventosamente complessi i singoli individui! Almeno la vita societaria non lo è; quella è variegata.
    Però mi fanno così paura… Vado a nascondermi!
     
    Per Mauro: la scala mobile dei colori mi fa ancora più paura. Va Via!

  7. Hai proprio ragione Mauro… è ferragosto! C\’è qualcosa che non va.Pico, devo essere un pò cocciuto ma nell\’innato ho sempre creduto poco, meglio, l\’ho sempre considerata una faccenda particolarmente ristretta.L\’oggettività è tragicomica sugli oggetti, Edo, perchè spesso tanta falsa da far morir dal ridere.

  8. Le persone mi affascinano, ogni volta che capito in un posto affollato mi piace fare la parte dell\’osservatore "vergine", catalogando sguardi, gesti e spostamenti rimanendo quanto più possibile tabula rasa. Una webcam che cattura le immagini, questo cerco di essere. Non do giudizi, ogni cosa è quella che è.Ho smesso di provare a semplificare la realtà, ciò implica un continuum fatto di passato, presente e futuro: per me conta il qui e ora, non ci dev\’essere altro, in questo modo si congela l\’istante che sto vivendo e l\’oggettività e la soggettività coincidono."Meglio perdersi in fondo all\’immobile, meglio sentirsi forte nel labile" – Lieve, Marlene Kuntz

  9. io non mi reputo, come molti credo, una persona intollerante o che non apprezza ciò che è diverso. però non mi viene facile, non sempre comunque e mi pare una gran stronzata dire di essere qualcuno o qualcosa. "io accetto tutto". balle. la differenza esiste, c\’è un processo naturale di diversificazione tra esseri viventi. Lo straniero…l\’altro…il colore…ciò che è diverso andrebbe studiato, analizzato, bisognerebbe soffermarcisi su e invece noto un chisenefotte generale che impedisce di conoscere. parto da me eh. spesso non ho voglia di capire e lascio correre…
    mi piace il modo di "studiare" le persone di checco. lo faccio anch\’io talvolta.

  10. I singoli sono interessantissimi, in ogni uomo c\’è un universo. Certo, sono interessanti quando sono veramente se stessi, non quando recitano una parte. La società invece e tutta standardizzata, siamo tutti un po\’ manichini nella società.Detto questo vado a farmi un panino con la nutella.

  11. Mi sa che era meglio che non leggevo gli altri commenti. Mi sento un pò ignorante…quanta proprietà di linguaggio, quante argomentazioni…mi hanno un pò confuso sul tuo post, confesso. Io volevo semplicemente dire <in realtà ribadire> che i 5 sensi sono per me il dono più bello. Che di oggettivo c\’è ben poco, tra cui la vita e la morte. Che percepisco molto la stranezza degli altri, ma che subisco più la mia. "Ascolto per andare oltre quello che sento, immaginando che quelle parole sono frutto di molto altro che istantaneamente non viene detto ma che ha un suo perchè la cui complessità o semplicità è spesso direttamente proporzionale all\’età dell\’oratore".Quanto ci complichiamo la vita spesso,vero? Non voglio dire che tu lo faccia, ma che queste tue ultime righe mi fanno pensare a quello.

  12. Lo studio e l\’analisi del diverso porta spesso ad una sua visione esterna del soggetto, Cler. Voler analizzare qualcuno presuppone un allontanarsi dallo stesso.I problema è proprio questo, Seclet, riuscire a distinguere gli attori naturali da quelli per scelta.Non è tanto il problema del complicarsi la vita, Marta, quanto quello di soffermarsi alle apparenze. I sensi vanno usati ma soprattutto interpretati.Mauro, credo che tu dica troppe cose senza saperlo. O forse le dici senza dirle? O io dico cose sensa senso?

  13. Però c\’è spesso il rischio di complicarsi la vita quando uno si incaponisce a voler per forza interpretare qualcosa che magari a volte va preso per quello che è. Bentornato.

  14. L\’interpretazione di un comportamento è naturale nell\’uomo. "Quello che è" è forse molto più interessante.Non preoccuparti che vivo bene comunque, anche quando non capisco.Grazie.

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