Trilogia dell’eroe: intermezzo

Ho capito una cosa da quando ho iniziato a viaggiare. L’eroismo non paga. Almeno non a sufficienza per avere un pasto degno di tal nome né per mettersi un tetto sopra la testa quando la notte è gelida e sferzata dalla pioggia. Fare affidamento ogni giorno sul pezzo di pane che un fattore ti porge è chimerico, oltre che insufficiente a mantenere le braccia forti abbastanza a sostenere spada e scudo. La caccia non è cosa semplice per chi sino alla settimana prima viveva in un recinto di mattoni. La selvaggina non ti aspetta, e a volte è la prima a tendere un’imboscata. L’armatura diventa sempre più pesante, così come pesante è l’umore. I litigi tra i militi si moltiplicano e non passa giorno senza che si rischi la rissa. Ciò che tiene unito il gruppo è la paura che l’incontro con una bestia troppo forte e feroce risulti essere la fine del viaggio. Inoltre nessuno di noi ha un posto dove tornare, né tantomeno ha idea di come andare avanti da solo. L’archetipo del guerriero solitario è un’invenzione buona per le favole, nel migliore dei casi si verrebbe sgozzati dal più vile dei borseggiatori entro la prima settimana di sonno all’aperto.

Le poche imprese di cui ci siamo fregiati sono state remunerate miseramente. I villaggi che ci hanno assoldato per venir protetti dal brigantaggio sono più simili a un ammasso di capanne imputridite che ad esempi di civiltà veri e propri. Non sono sufficientemente grandi e ricchi per potersi permettere una guardia cittadina o per attirare l’attenzione dell’esercito reale. Praticamente costretti ad affidarsi a passanti in arme. Quello che recuperiamo quando le cose vanno bene sono un paio di pezzi d’argento, un letto vero in cui riposare e qualche gallina da sgozzare e cuocere sul fuoco nei giorni a venire. Le donne ci temono, ad essere precisi sono terrorizzate. Le presenze femminili ci sono precluse, e se capita di incontrare lo sguardo di una di queste, è perché appartiene a qualche ragazzina troppo curiosa che ci osserva da dietro un battente semiaperto. Deve essere la mancanza di ricordi e cicatrici che le altre hanno ad imprime tanto coraggio e interesse. Quando ci vengono fornite le informazioni sul compito da portare a termine o mentre si tratta e riscuote il compenso veniamo portati in una stanza chiusa. Lì si ha a che fare con un unico rappresentante del villaggio, tremante e remissivo nonostante i rumori che di tanto in tanto vengono da dietro le porte. La restante parte dei villici che imbracciano vanghe, accette e forconi. Le medesime armi che impugnano la maggior parte dei banditi in cui ci siamo imbattuti. Proteggiamo contadini da coloni. Difendiamo gli affamati da morti di fame. Ho iniziato a pensare, pericolosamente, che stavamo ammazzando persone inermi.

L’ambiente, le sensazioni e i timori hanno iniziato a cambiare mentre ci dirigevamo verso i confini della federazione. Pur avvicinando zone selvagge e sempre meno densamente abitate, il cammino proseguiva più rapido. Le strade, enormi consolari, permettevano spostamenti veloci e comodi. Costruite per far si che gli eserciti potessero muoversi facilmente sullo scacchiere di antichi gerarchi, sono rimaste praticamente in disuso da quando le frontiere sono state dichiarate sicure dai numerosi comunicati ufficiali. I pochi incontri consistono in carovane di approvvigionamento alle città fortezza che tentano di arginare l’ingresso di ogni forma demoniaca si affacci all’orizzonte. L’ingaggio da parte di una di queste spedizioni ci ha praticamente salvato dal cannibalismo e dal diventare una banda di rinnegati. I sei uomini precedentemente addetti alla scorta sono scomparsi ingoiati dalla notte nel giro di tre giorni, è quello che hanno raccontato le puttane dirette allo sfogo di una intera guarnigione. Ciò non ci ha fermato dallo spendere i pezzi d’argento rimasti nel calore di una donna.

La notte del quarto giorno di viaggio, a meno di sei ore dalla meta ultima, abbiamo visitato per la prima volta l’inferno. Sembrava che lo Stige avesse la sua foce sull’accampamento dove vomitava un numero senza fine di creature maligne. Come bestie selvatiche si lanciarono per prime sugli uomini disarmati, gli operai, i conduttori, trapassandone la carne e saggiandone le interiora. Per evitare che qualcuno riuscisse a fuggire avevano tagliato i tendini alle zampe posteriori dei cavalli, ucciderli avrebbe richiesto troppo tempo. La mattina dopo una cinquantina di cadaveri concimavano il terreno. Anche due delle puttane erano a terra, dovevano aver resistito o urlato più delle altre mentre venivano trascinate via. Le altre scomparse, prese come bottino insieme ai carri. La luce mi sorprese rivelandomi la forma umana delle aberrazioni contro cui ci eravamo difesi nella notte, riuscendo a salvare null’altro che noi stessi. L’inganno rivelato dal sole risiedeva in lineamenti esotici e decorazioni tribali.

Questa volta a terra è rimasto il pazzo. Dimostrazione che la sola volontà, senza alcun talento innato o costruito, non ha alcun valore.

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22 risposte a “Trilogia dell’eroe: intermezzo

  1. ancora niente mostriciattoli, cosa apprezzabile. chi sono sti selvaggi ancora più selvaggi dei protagonisti?

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