Una notte fuori

Sono costretto a fare una regressione temporale a priori, prima che l’oscurità colpisca le parole e gli eventi che queste descrivono. La prima birra, una chiara a bassa gradazione, ottima come antipasto, aperitivo, intermezzo e accompagnamento, è collocata alle ore dodici e trenta.

Del tutto ignari di come altrimenti tornare in albergo, e dato che le finanze erano completamente proiettate e assorbite dalla gradazione alcolica, da qui l’esclusione incondizionata di taxi e aggeggi similari, ci eravamo rassegnati a prendere l’ultima corsa disponibile della metropolitana. Il che, vi assicuro, dava parecchio ai nervi dato che l’ultimo locale visitato, a la mort subite, aveva letteralmente esaltato l’animo e posto cervello e fisico in uno stato di grazia totale. Non appagati entriamo nel bar affianco dove si teneva una festa del tutto improvvisata dalla veterana gestrice che si era limitata a servire birra e ad aumentare leggermente il volume della musica diffusa. E’ con un boccale di duvel tra le mani (pagato meno di quanto qualsiasi astemio spilorcio sarebbe stato disposto a sborsare) che iniziano i nostri tentativi di comunicare coi pochi sobri presenti per ottenere indicazioni precise ed attendibili al fine di raggiungere il consilium solo quando la totale assenza di forze ci avrebbe obbligato alla ricerca di un giaciglio. Con un inglese stentato, i relativamente poco alcolizzati comunicavano che non avevamo alcuna speranza se non quella di fuggire a gambe levate verso il primo ingresso del treno sotterraneo. L’inglese impacciato continua a perseguitarci fino a quando non becchiamo un trittico di efficaci compatrioti stanziati in terra straniera già da diversi mesi che non hanno alcuna idea su come tornare all’ovile, tuttavia rilanciano invitando i due sciagurati a seguirli e a fregarsene allegramente di letto, riposo, sonno e doccia. Cosa che ovviamente facciamo ricordando una serie di fatti ineluttabili. Abbiamo superato la maggiore età ma non ancora quella pensionabile. Le occasioni si prendono al volo e i problemi si affrontano solo quando si presentano. Stiamo andando a bere, ho fatto millecinquecento chilometri apposta per questo.

Il percorso verso la meta di cui non avevamo ancora capito forma e contenuto è stato riempito da una presentazione più approfondita tra i componenti della novella compagnia. Nome, provenienza e occupazione facevano finalmente la loro comparsa sui rispettivi volti. Una fermata dall’indiano di fiducia ha permesso i rifornimenti di tabacco mentre la birra in lattina (di cui non ricordo assolutamente marca e sapore) ha aiutato a sopportare meglio il tragitto. Circa cinque minuti a piedi. Raggiunto il portone contrassegnato con una enorme ics (non è vero ma fa figo), l’energumeno di turno ha delicatamente imposto l’apertura di zaini, borse e simili. Non ho ben compreso quali fossero gli oggetti che non si potessero introdurre di soppiatto, ma ho paura che non si curasse di armi da taglio ed oggetti contundenti quanto di alcolici e bevibili vari. I cinque piani di scale sono stati una prova oltremodo dolorosa, soprattutto quando in cima si è scoperta l’esistenza di un ascensore da cui uscivano giovinastri freschi come rose. Alla fine della scalata, abbiamo raggiunto un terrazzo in pieno centro dove variegati personaggi ambosessi tra i venti e i trentacinque anni (numeri dedotti dalle mie enormi capacità d’osservazione deviate dall’ebbrezza)  scambiavano chiacchiere, bicchieri e brindisi, abbracci e atteggiamenti equivoci. Non c’è stato alcun problema nell’immedesimazione nella massa, fenomeno coadiuvato dai numerosi boccali di maes a due euro. Non perderò tempo a raccontarvi delle discussioni apocalittiche e  dei paragoni imbarazzanti. Non mi va di annoiarvi coi discorsi circa la vita, il passato, il futuro e il paralitico presente. Nemmeno vi narrerò del tentativo di abbordaggio nei confronti di una longilinea bionda, occhio azzurro e cute lattea che dopo l’uso di inglese, francese (non parlato da me) e linguaggio dei segni, si è rivelata essere più italiana di me, quantomeno in termini di grammatica e conoscenza geografica dello stivale. Per inciso, la fanciulla è stata poi agguantata e portata via in fretta e furia da un essere francofono, completamente alcolizzato e definitivamente arrapato. La serata è stata poi condita da me che lancio il mozzicone di una sigaretta da trenta metri d’altezza tra lo shock generale (ho ovviamente dato colpa all’etilometro e alla mia residenza malfamata). Da me che mi reco al bagno e ci trovo due donne. Da me che insulto il mio compagno di viaggio per un motivo che adesso non ricordo ma che di sicuro ha che fare con la fissa delle fotografie in bianco e nero. Da me che prendo l’ascensore e non scendo le scale perché altrimenti sarei morto.

Il rientro in albergo è stato abbastanza gradevole. A piedi, sotto una pioggia costante ma senza ombrello. Soste per foto improbabili. Vane speranze di emporivendibirra aperti. Rullaggio sigarette con fermata d’emergenza perché impossibile usare gli arti superiori e inferiori contemporaneamente senza cadere nel più vicino canale di scolo. Non vi so dire quanto tempo abbiamo impiegato, so che una volta raggiunta miracolosamente la camera da letto avevo difficoltà molto serie a togliermi le scarpe.

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12 risposte a “Una notte fuori

  1. Deve essere stata molto bella, Bruxelles.
    Solitamente in vacanza, non sono mai stato ebbro a questo punto, sopratutto per l’uso dell’idioma locale. Gia’ fo fatica a usare l’italiano, pensa l’inglese.
    E a scanso di equivoci, a me piacciono le Rosse.

    • Si, Bruxelles è stata un bella sorpresa.
      Diciamo che l’ubriachezza non è mai diventata tanto molesta da impedirmi di camminare, parlare e avere le sembianze di un essere umano.
      Le Rosse le apprezzo anche io, ma a me piace provarle tutte, indiferentemente da colore e gradazione. 🙂

    • Piove sempre, è vero. Degli abitanti del luogo non ho avuto tempo a sufficienza per farmi un’idea anche perchè ce n’erano davvero pochi… 🙂

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