Diario clinico (seduta n° 3)

Una parte, seppur minima, degli ospiti della struttura non è annoverabile tra le fila dei pazienti convenzionali. Lo si può dire grazie alle cure e ai trattamenti farmacologici che vengono loro esclusivamente dedicati. La natura dei farmaci somministrati a questa categoria è quella di placebo o, in casi molto rari, di blandi antidepressivi. Le visite che gli psichiatri dedicano loro hanno la parvenza di chiacchierate e di sedute confessionali, e molto spesso esulano di contenuto medico per affrontare temi di tutt’altro tenore culturale. Queste persone sono presso la clinica per prendersi un periodo di riposo, almeno è così che amano definirlo. Evitano accuratamente di ricordare l’obbligo a cui sono state sottoposte da genitori, coniugi e parentume vario a questa prigionia dorata date le incandescenze e gli eccessi di cui si erano macchiate. Non sono in pochi coloro che ritengono sufficiente una lavata di testa e la negazione di qualche vizio perché tali pazienti si ristabiliscano.

E’ a questi che J riserva la maggior parte delle sue attenzioni. Li osserva diligente, senza dimostrare emozioni apparenti, cercando di essere il più discreto possibile. Sebbene non mi sembri particolarmente timido ho la sensazione che cerchi di non essere colto in fragrante per una forma di buona educazione e rispetto. Altre volte ho azzardato che fosse l’orgoglio che giace nel disinteresse a tenerlo vigile. Quando uno dei soggetti osservati ha d’improvviso innescato una discussione a voce singola sono stato io a sussultare. Non mi pareva possibile la calma e la tranquillità con la quale J ingurgitava drammi che dei malati immaginari gli riversavano addosso. In seguito alla prima di questa messa in scena del dolore, sono stati relativamente numerose le rappresentazioni a cui è stato spettatore, suo malgrado. L’interazione, seppur passiva, non è risultata in alcun modo nociva. Non vi è certo un’attesa ansiosa tra una professione di fede e l’altra, ma si può notare che la noia appesa agli occhi si sia fatta sempre meno pesante.

Il perché l’interesse verso i pazienti, quelli veri, della struttura stia scemando col passare delle settimane è palese. J ha paura. E’ terrorizzato di quello che sarà in futuro, di come appare il suo presente e di quello che nega nel suo passato. Avverte inesorabile l’avanzare del tempo, e come questo lo avviluppa sempre più alla sua condizione.

Seduta numero due

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26 risposte a “Diario clinico (seduta n° 3)

  1. e’prossimo alla guarigione anzi e’ sano normale come la maggioranza di noi tutti.Cosa fa ancora li’??Buttatelo fuori! Lo aspettiamo a braccia aperte Fratello caronostro simile …..la pensiamo nello stesso modo.

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