Non scrivo poesie

Non scrivo poesie. La mia competenza nella metrica è limitata al sistema internazionale di unità di misura e nemmeno sono certo al millesimo di averne padronanza sufficiente. Sono dell’idea che per apprezzare un opera in rima bisogna avere una sensibilità di cui manco. Sebbene davanti a certi capolavori non c’è ignoranza e rudezza che tenga. Ma questo vale per qualunque espressione dell’ingegno e dell’emotività umana. Almeno credo. Dare a quanto scrivo la forma di versi, e non di onomatopee di fumettistica memoria,  solo per dimostrare capacità ed emozioni che non mi appartengono o di cui ignoro l’eventuale comunicabilità, mi pare una farsa di cui neanche uno come me sia degno. E comunque di licenze poetiche ne ho prese in quantità industriali viste le aberrazioni che ho scritto in passato, propongo al presente e cocciutamente continuerò a fornire nel futuro. Lo spessore dei temi che tratto è degno di certi pomeriggi delle televisione generalista. Magari non considerando la morbosità, il senso di oppressione e le diverse voci che si accapigliano tra loro. E’ probabile che tali omissioni siano comunque visibili nella mia produzione e la cecità che mi permette di ignorarle potrebbe essere un regalo di un premuroso subconscio, protettivo ed indulgente nei confronti di un bambino viziato. Evito di offrire immagini ammiccanti ed esplicite. Trascuro pose sexy ed eventuali dimostrazioni di fisicità che mai potrei permettermi. Eppure il blog da cui scrivo è stato riempito di foto che molti di voi non tarderebbero a definire sconce. Posso facilmente capire il perché urtino tanto l’impressionabilità dei più. Io stesso ho nel tempo abbandonato l’uso dello specchio al fine di evitare interminabili lotte col pettine e penose crisi depressive. E ho abbandonato pure il pettine. Manco inesorabilmente nell’offrire citazioni. Frasi che mi hanno colpito, periodi di significato profondo e che si avvicinano inesorabili al senso della vita, parole la cui sola pronuncia provocherebbe estasi e moti orgasmici, preferisco lasciarle là dove sono. Nessun motivo in particolare, un semplice ed atavico rifiuto di dispensare parole non mie per esprimere concetti, arringare folle e fare l’acculturato figo. Sarà che preferisco il susseguirsi di soggetto predicato complemento fatti in casa ad aforismi di stampo wildiano per raccontare del livello di cottura ottimale delle uova al tegamino. Dato che ho la fantasia di un quadrato e l’attitudine artistica di un novello Muzio Scevola, i tentativi di raccontare storie sono sempre finiti in orrende storpiature. Tipici casi di novelle forzate che partoriscono mostruosità. Ah, per quanto riguarda la ricerca di un’attitudine artistica non c’ho mai realmente provato. A parte qualche disegnino osceno dei tempi della prima adolescenza.

Non ho velleità divulgative né aspirazioni giornalistiche. Il desiderio di vedere pubblicato quanto scrivo non l’ho mai preso in considerazione, anche, e forse soprattutto, perché non so cosa ci sarebbe da pubblicare. A dire il vero al momento mi sfugge il senso di questo post così come l’utilità del blog che ne è contenitore.

Non scrivo poesie

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44 risposte a “Non scrivo poesie

  1. Vedi l’utilità di questo tuo post: evidenzia l’ignoranza altrui, ovvero la mia. L’altra sera non trovavo il cinema e ho chiesto a mia sorella di inviarmi la via: Via Muzio Scevola.
    Stasera leggo il tuo post e ricompare costui.. La mia curiosità ultimamente è attiva quanto una zanzara a febbraio, ma poco fa, finalmente, sono andata a cercare chi era Scevola.
    Ed ecco, la conclusione che non accetteresti mai potrebbe essere che dai tuoi post imparo sempre qualcosa… No, Rocco, non ho detto addio a quell’ultimo neurone con la labirintite.
    😉

  2. Rocco: hai una scrittura che dà la paga alla maggior parte della gente che mi ritrovo a leggere su internet (e pure su qualche libro), quindi smetti di fare lo sciocco e ascoltati del rap.
    Che il rap è pieno di rime che fanno ridere.

    • Io che da la paga a qualcuno? Ma se devo trovare chi me la da a me… Mha, che mondo contorto è il nostro.
      No, il rap non lo ascolto. Non ce la faccio, nonostante una persona che ha dei gusti musicali molto vasti e che io apprezzo mi ha fatto una “capa tanta” una sera nello spiegarmi che c’è rap e rap. Quasi m’aveva convinto. No, in realtà non ho ascoltato niente e ho ammazzato tutte le sue parole nell’alcol proprio mentre me le diceva.

      • Sul rap ho maturato una teoria tutta mia: fino ad un anno fa lo odiavo visceralmente, ora lo ascolto e lo apprezzo; è uno stile che necessita una immedesimazione mentale e corporea, non importa se fittizia (come, spesso, nel mio caso) o realistica. Bisogna imparare a pensare rap, per amare il rap.
        Il rap dal vivo è come assistere ad una pratica sciamanica: le parole che escono dalla bocca del rapper/sciamano sono un mantra incomprensibile dal grande valore sociale ed intellettuale, il più delle volte riconosciuto solo da chi assiste al concerto.
        Un giorno ci scriverò un saggio e verrò accoltellato per strada.

        • Credo che le argomentazioni usate dal mio amico siano simili alle tue. Forse no, forse diverse. Bo. Però credo tu abbia ragione, ma solo perchè hai ben argomentato.
          Un giorno potrei acquistare un coltello.

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