Di sgradevoli code

Non ho una predilezione particolare per le file. Restare incolonnato dietro ad un numero più o meno ordinato di spettatori del turno mi logora come poche altre cose. L’irritabilità, tuttavia, esula dalle caratteristiche che acquisisco in queste situazioni. Sono più che altro vittima di morte cerebrale, di un senso di sconfitta ineguagliabile e di una oppressione spirituale tipica di chi è consapevole di stare ad un passo dall’inferno. Per questo ho abbandonato l’automobile. Non certo per il costo sconvolgente della sosta al benzinaio ormai paragonabile ad un pit stop di formula 1. E allora meglio il treno, coi suoi ritardi ancestrali, l’igiene medievale e la comodità di una venere di Norimberga. E poi l’autobus e i tram, sempre che esistano e che vi sia la possibilità di salire a bordo perché qualcuno dei passeggeri si è nel frattempo disintegrato e ha lasciato un paio di centimetri quadri liberi. Data l’insofferenza per le code chilometriche e il fatto che le bollette non si pagano da sole, qualche volta potrei essere rimasto senza luce. E allora andava fatta una decina di chilometri alla ricerca di quella posta isolata e sconosciuta ai più in cui si aveva la possibilità di effettuare un pagamento senza ritrovarsi con le gambe violacee. Parlo al passato dato che ora certe operazioni si possono fare anche altrove, e magari fare la coda dal tabaccaio. Se c’è da attendere per un pasto, non mangio. Anche solo per paura che quello in fila alle mie spalle mi sbavi addosso per l’eccesso di fame. Altra volta che so di rischiare lo svenimento da denutrizione mi reco in mense, bar, ristorante e dispacciatori di cibo a caso ad orari improbabili. Finisco così per ingurgitare pasta al dente (nel senso che ne ho rotto uno masticandola) o gli avanzi lasciati per il cane (magari alle tre del pomeriggio è troppo chiedere che sia rimasto qualcosa di commestibile vista la fame in giro di sti tempi). In fatto di file, tutta la mia solidarietà va alle donne. La stoicità con cui sopportano il lento incedere verso una toilette affollata è degna di rispetto ed ammirazione. C’è una insospettabile dignità nei loro volti, sembra anzi siano state addestrate nell’arte dell’attesa al turno dalla propria madre. Che avrà imparato dalla rispettiva genitrice, e così via di trisavola in trisavola. Il maschio può evitare il problema se la necessità supera il senso della vergogna, gli basta una parete. Questioni anatomiche.

di sgradevoli code

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2 risposte a “Di sgradevoli code

  1. Io sono diventato un esperto di code per le dediche sui fumetti.
    Lì la sofferenza dell’attesa è direttamente proporzionale alla sensazione di essere circondati da ignoranti del settore (o gente che è lì puramente per motivi economici).

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