In odore di santità

Il Santo non ha l’aureola in testa. E’ un predicatore incallito a cui è parso giusto cancellare San Sigismondo dal calendario piazzato in cucina e metter su il suo nome. Non che l’abbia fatto consciamente, gli è venuto naturale dopo essersi reso conto di quanto abbia faticato per la società e poco per sé stesso. Motivi per dargli torto mi mancano, ma una statua equestre in bronzo finemente cesellata mi sembra eccessiva. E di cattivo gusto.

E’ un fine intenditore. Intellettuale prezzolato dalla foga del momento, arringa le masse ai profumi e ai sapori di prodotti introvabili nelle lande desolate in cui si ritira nei fine settimana. Discernitore di nettari luppolati e infusi di malto, sciorina nomi e gradazioni come fossero espressioni da nosocomio. Richiama la sacralità dei natali e l’impegno storico profuso dai produttori con epicità omerica, fornendo alla birra una dimensione ultraterrena e un’identità escatologica. Dal mio piccolo, gli ricordo sovente che il limite atto a separare il cultore dall’alcolizzato è quanto mai sottile.

Profeta di sventura ha catechizzato generazioni di infanti alle buone maniere, all’arte dello star in compagnia e a non rompere i coglioni. Travisato il più delle volte, altre più semplicemente ignorato, si è lasciato andare ad ingiurie cabalistiche contro elettrodomestici immaginifici, albi da colorare, scuole dissolute e gattaca migliorabili. Se l’è presa con una società munifica di cazzate, procacciatrice di talent show per sgualdrine in divenire e di professionisti della politica per i magnacci del futuro. Consapevole, il solo a suo dire, che entrambe le categorie faranno accattonaggio agli stessi presentatori e ai medesimi onorevoli che raggiungeranno facilmente la soglia dei duecento anni.

Incrollabile infedele della nazione, licenzia con saggezza le idee balzane che occorrono ai grandi Tizi e premia la normalità dei piccoli uomini. Ogni tanto se ne pente, ma se non avesse qualcuno da premiare sarebbe odioso. Tuttavia, rischia con queste celebrazioni di venire randellato anche dal più infimo dei bipedi che, dall’alto di una infernale saccenteria, lo educa sugli usi e i costumi più in voga nel tempo, su come si intraprendano certe imprese, su come se ne evitino altre e sul metodo migliore per fare affari. E’ ovvio che chi lo conosce da più tempo, e tenta di catechizzarlo su eventi minori ne risulterà ignorato o, nel più raro e gentile dei casi, si vedrà consegnata un’approvazione di cortesia.

E’ un cantastorie. Racconta di mondi lontani, imprese epiche e misteriosi tesori. Narra di luoghi tanto prossimi alla perfezione da apparire irraggiungibili, eppure persevera nel descriverli come a portata di mano, facili da raggiungere. Basta metterci la testa, semplicemente sceglierli. Per quanto siano semplici parole, la sensazione che ispira è quella del viaggiatore silenzioso. Di chi improvvisamente svanisce lasciando una moltitudine di tracce.

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25 risposte a “In odore di santità

  1. mi viene in mente il monologo dell ‘ anacoreta in una notte itinerante per i caruggi di Apricale(liguria..) …il sant’uomo su di un albero viveva e dopo dotte dissertazioni concluse una verita’ assoluta ..”migliore di me e’ colui che resta oggi piu’ di ieri nel suo quotidiano cercando di fare e …dare del suo meglio”..sante parole!!ecco il vero santo…costui beh …ci prova!

    • Metti in conto il fatto che se una mattina ti alzi e decidi di beatificare il caffè avrai la mia benedizione.

      E poi c’è gente che ci costruisce un impero su sta faccenda delle santificazioni.

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